Stefano, il tuo è un ruolo trasversale. Come lo racconteresti a qualcuno che ti chiede cosa fai nella vita?
In Banca AideXa mi occupo di far funzionare bene tutta la parte tecnologica “dietro le quinte”. In pratica, disegno e coordino l’architettura dei sistemi, facendo in modo che applicazioni, servizi e processi lavorino insieme senza intoppi, dall’onboarding alla gestione del credito. Seguo anche la Business Continuity: cioè tutto quello che serve per far sì che la banca possa continuare a operare anche se succede qualcosa di imprevisto, da un problema tecnico a una situazione di crisi più ampia.
Com’è stato costruire l’infrastruttura tecnologica della banca partendo da zero?
Siamo partiti da un foglio completamente bianco: nessuna legacy, nessun sistema da ereditare. Abbiamo costruito prima tutta l'infrastruttura tecnologica, poi lo strato applicativo, seguendo l’evoluzione dei processi. In soli sei mesi dal via libera siamo riusciti a realizzare il primo onboarding. Da qualcosa che non esisteva è nato un risultato concreto: difficile non trovarlo gratificante.
Qual è la parte più sfidante del tuo lavoro?
La sfida principale è trovare soluzioni tecnologiche che rispondano davvero alle esigenze del business, rispettando sia i requisiti funzionali sia i tempi. Nel settore fintech la pressione per arrivare rapidamente sul mercato è costante, ma bisogna farlo restando pienamente allineati alla normativa bancaria italiana ed europea.
Per gestire questa tensione lavoriamo con un approccio agile, rilasciando MVP, cioè Minimum Viable Product, in modo progressivo. L’obiettivo non è aspettare il prodotto perfetto, ma creare valore subito, aggiungendo passo dopo passo nuove funzionalità utili. Mi piace usare questa analogia: l’uomo ha iniziato a spostarsi a piedi, poi è passato al cavallo, alla bicicletta, alla moto, all’auto, al treno e all’aereo. Non ha aspettato di avere un razzo per cominciare a muoversi.
Sei anche uno dei Co-Founder di AideXa. Cosa ti ha convinto a metterti in gioco?
Mi hanno convinto tre cose: l’idea, il team e la solidità del progetto. L’idea di una banca dedicata alle micro e piccole imprese era molto concreta: nella mia esperienza precedente avevo visto quanto questo segmento fosse spesso poco servito dalle grandi banche. Poi c’era un team con competenze forti e complementari. E il sostegno di investitori istituzionali dava ulteriore credibilità al percorso.
Abbiamo deciso di metterci in gioco, consapevoli dei rischi. Quello che mi ha colpito di più, però, è stata la coesione del gruppo nei momenti difficili. In una startup, avere un obiettivo davvero condiviso e persone disposte a uscire dalla propria zona di comfort può fare una differenza enorme.
E prima di AideXa? Da dove sei partito?
Il mio primo lavoro è stato riparare i video terminali delle banche, quei monitor giganti a fosfori verdi che usavano gli impiegati negli anni Ottanta. Dal saldatore sono passato al supporto di servizio in Banco Ambrosiano Veneto, poi all'ambito sistemistico, poi alla gestione di infrastrutture IT in realtà bancarie diverse.
La svolta è stata ING, dove sono rimasto quindici anni. Ho fatto tutto il percorso: sistemista, project manager, technical leader, fino a Enterprise Architect. C'è stata anche un'esperienza all'estero, ad Amsterdam e poi qualche anno in Svizzera, in una società di servizi bancari focalizzata sul wealth management.
C'è un consiglio che porti con te nella vita professionale?
Continuare a provarci, anche quando le cose non vanno come previsto. Metterci impegno, energia, curiosità e soprattutto cuore. Da agile coach ho fatto mio un concetto che mi piace molto: il fail fast, cioè sbagliare in fretta per imparare e migliorare. Non è arrendersi, è un modo per crescere: meglio capire subito cosa non funziona, invece di portarlo avanti per mesi.
Chi è Stefano fuori dal lavoro?
Un marito ed un papà entusiasta. Ho due figli, maschio e femmina, e buona parte del mio tempo libero ruota intorno a loro. Mio figlio gioca a basket, e da spettatore sono diventato dirigente della sua squadra, non me lo sarei aspettato. Mi piace stare in famiglia quanto mi piace stare in compagnia.
Ho avuto tante passioni nel tempo, le immersioni, i computer, ma quella che non ho mai abbandonato davvero è la musica. Ho suonato il basso da ragazzo. la mia band preferita? Queensrÿche. La canzone? Walk in the Shadows.
E il posto dove ti senti più te stesso?
A casa, al lago. Ho una casa a Cannobio, sul Lago Maggiore, ed è il posto dove mi fermo davvero.
Se non avessi fatto questo lavoro, cosa saresti diventato?
Il comico. Non sto scherzando o meglio, sto scherzando, ma non troppo. Mi piace sdrammatizzare, stare in compagnia e far sentire le persone a proprio agio.